La narrazione di Danea ci riporta per alcuni minuti indietro nel tempo, a qualche settimana fa, a quei giorni intensi, impegnativi, alla prima grande sfida di questo progetto, mettere insieme cinque persone apparentemente differenti ma con l’unico grande obiettivo di restituire alla fotografia la sua funzione principale, il suo stimolo primordiale: la narrazione degli eventi.

di Danea Urso

 

Si è conclusa la prima settimana, nonché prima parte dell’esperienza “Make History/Take Pictures” e di storie ne sono già state scritte tante, piccoli brani di un racconto, quello che sarà IL più importante: la nostra testimonianza fotografica.

I primi sei capitoli, se così posso chiamarli (sto lasciandomi trascinare forse troppo da questo parallelismo) hanno compreso vari incontri formativi ed informativi, sopralluoghi, dialoghi, scambi di idee, incontri di visioni, emozioni, pensieri e basi di un cambiamento, di un’evoluzione importante.

Nel tentativo di trovare la mia voce nel linguaggio, in questo caso quello scritto, cercherò di applicare e raccontare i piccoli consigli, gli insegnamenti e le informazioni tecniche e meno tecniche tramandatemi dalle personalità incontrate in questa settimana. Per cui sovvertendo tempo e cronologia, come Paolo La Peruta ci ha insegnato, inizio dall’ultimo incontro.

Ri-Creativo, stimolante e alternativo il “laboratorio” di parole con La Peruta.

Un racconto, una storia, un’emozione possono essere narrate e trasmesse tramite disparati linguaggi e mezzi espressivi, ognuno di noi sceglie poi probabilmente il più consono alla sua persona.
Lui scrittore di libri gialli, noi fotografi di un progetto inerente la documentazione di lavori pubblici, che ‘ci azzecca’? Ebbene tanto…perché cambiano gli strumenti, i generi, le modalità ma non l’essenza della narrazione.

Chiunque si approcci ad un linguaggio ha il potere, la possibilità ed in un certo senso il dovere di farlo con il SUO punto di vista, in una libertà quasi spaventosa, ma che deve ovviamente tener conto del suo pubblico e della motivazione per cui ha scelto di esprimersi. Nel lasciarci trascinare nel suo mondo, non abbiamo resistito poi a “inventare” il nostro primo racconto giallo a tradizione orale.

Foto di Danea Urso
(tutti i diritti riservati)

Ma, come ben si sa sin dal primo approccio a quest’arte, anche noi siamo scrittori, ed essendo la luce il nostro principale strumento, “illuminanti” sono stati gli incontri con la sensibilità di Gigi Mangia ed il senso del tempo dell’architetto Alfredo Foresta. Comunicazione, integrazione ed interazione sono concetti che abbracciano e collegano perfettamente la sfera dell’emotività umana al “ruolo” simbolico e storico di una stazione ferroviaria. Pur avendolo già conosciuto in altre occasioni, ho trovato l’incontro con il signor Mangia concettualmente molto utile per “guardare” da una prospettiva differente quello che è il nostro ruolo in questo progetto e quello che esso stesso rappresenta socialmente parlando, oltre a tecnicismi e mutamenti materiali.

Tuttavia stiamo pur sempre parlando di lavori per il ribaltamento di una stazione: cantieri, progettazione, mappe, pianificazione urbanistica, ecc. per cui chiarire e comprendere tecnicamente la grandezza e la mole dei lavori che saranno fatti, facendo anche sopralluoghi insieme a tecnici, geometri ed ingegneri è stato fondamentale. (La mappa a forma di Joystick che ho tentato di decifrare quasi invano in precedenza ha ora completamente senso!).

Ma scrivendo questo resoconto ex post facto posso affermare che gli incontri riguardanti comunicazione, marketing (in questo caso strettamente territoriali) e fotografia sono ciò che ancora una volta mi ha più affascinato e segnato. Preziose sono state per me le spiegazioni e le “direttive” nate dal confronto con il professore Fabio Pollice e dagli incontri con il fotografo ed architetto Marco Introini.

Porsi le domande giuste non sempre risulta semplice; e definire il nostro ruolo in questa esperienza del tutto nuova per me è stato fondamentale. Sensibilità artistica e sensibilità culturale talvolta possono avere sguardi completamente diversi, ma ad un certo punto farli coincidere diventa necessario secondo me. Ecco, le nozioni appuntate durante il dialogo con il prof. Pollice mi hanno permesso di effettuare un’analisi in questa direzione.Illusione, Inganno, Incontro, Introspezione, Informazione, Ingegno,…Introini. Da August Sander a Hiroshi Sugimoto, da Piero della Francesca a Canaletto, da Giuseppe Bibbiena a Richard Neutra, da Hippolyte Collard allo stesso Marco Introini; dall’Egitto a Parigi, da Venezia a a Los Angeles; dal disegno alla fotografia, dall’architettura alla pittura, dal ‘500 ai giorni nostri, Marco Introini ci ha fatto intraprendere un incredibile viaggio nello spazio, nel tempo e nell’arte. Progettazione, metodo, passione, cultura, ho apprezzato ogni singola parola lui ci abbia detto, ed ogni argomento trattato. Le personalità e le persone più belle da incontrare e da cui trarre insegnamenti hanno la capacità di introdurti nel loro mondo e nella loro visione, così come ha fatto lui, con tecnica, maestria e amore per il suo operato. Pur essendo distante dal mio attuale genere fotografico, è stato per me emozionante e davvero istruttivo. Arrivo ora al primo giorno, a quel lunedì tanto atteso e tanto temuto, al primo ritrovo con lo staff e i “compagni di viaggio”, al primo incontro con il loro lato professionale e con quello personale. Di quell’inizio lasciato ora alla fine, posso dire che è stato davvero fortunato: non credo sia tanto facile trovare un gruppo di persone sconosciute, sin da subito così compatto ed empatico (considerazione oggettiva, ma anche soggettiva data soprattutto dal mio carattere apparentemente estroverso, ma introverso, con attimi di espansione e lunghi periodi in cui mi interiorizzo). Un gruppo in cui sentirsi liberi sia sul piano artistico che personale e da cui imparare davvero davvero tanto!

Questa prima settimana del progetto mi ha permesso di mettere le basi per entrare nel vivo della mia narrazione e documentazione fotografica di questo importante cambiamento per città e cittadini di Lecce. Tecnicamente parlando è un’attività che affronto con sfida e con curiosità. Essendo per me una novità -per alcuni aspetti- un simile lavoro, genera in me stimoli che amo avere e che smuovono la mia sensibilità e curiosità (spero) artistica. Posso dire con certezza che ora sono ancor più contenta, orgogliosa (ed intimorita) di avere questo ruolo.

 

P.S. L’ultima “chicca”? La contemplazione della bellezza e l’ispirazione della mostra fotografica di Elliott Erwitt.


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *