Dalla diffidenza per un lavoro di gruppo, alla sorpresa ed all’entusiasmo di sentirsi coprotagonista insieme ai compagni di ventura, il passo è stato breve ed i momenti di formazione, determinanti.

di Salvatore Pastore

Dopo una settimana di permanenza a Lecce abbiamo avuto la possibilità di farci un’idea di ciò che sarà il progetto MH/TP, sia dal punto di vista prettamente lavorativo/creativo, sia dal punto di vista organizzativo. Il gruppo dei cinque fotografi di cui faccio parte è estremamente eterogeneo, ognuno con le sue peculiarità, col proprio approccio, col proprio carattere. La cosa meravigliosa, sicuramente conseguenza di un’attentissima selezione da parte delle ragazze di Officine della Fotografia, è la compatibilità incredibile dei membri del gruppo. Per esperienza, quando ho a che fare con altri fotografi, si instaura sempre un rapporto di amore/odio verso l’altro, probabile conseguenza di una natura “egoistica” del fotografo, che vorrebbe per sé il mondo esterno, palcoscenico esclusivo di un solo protagonista. In questa occasione incredibilmente non è così, ognuno si sente coprotagonista, membri di un’orchestra che non necessita di un solista. Questa è una delle prime cose che ho notato, oltre ad essere la cosa più importante, che mi fa sperare in una buona riuscita del lavoro.

Foto di Salvatore Pastore
(tutti i diritti riservati)

Parlando invece della parte formativa del progetto, penso sia stata a dir poco adeguata, oltre ogni aspettativa. Sia per il contenuto, sia per le tempistiche. Devo ammettere che le paure erano tante prima di cominciare, la maggior parte scomparse in questa settimana, una dopo l’altra.

Una delle prime paure era quella di non avere le capacità tecniche per poter affrontare un lavoro così importante.
Per questo l’esperienza con Marco Introini è stata di importanza fondamentale: ha permesso di equipaggiarci di tutto il necessario per disporci sulla griglia di partenza in maniera adeguata. Vedere all’opera un professionista credo sia una delle esperienze obbligatorie per poter intraprendere un certo tipo di mestiere e lui ce ne ha dato la possibilità, senza riserve.

Un altro strumento necessario a chi vuole raccontare una storia è la sensibilità, la capacità di guardare, di sentire il paesaggio. Parlare con Gigi Mangia, anzi, ascoltarlo, credo ci abbia fornito un contributo veramente formativo.

Infine assistere ad una lezione del Prof. Pollice e conversare con lo scrittore La Peruta mi ha fatto capire che bisogna prestare moltissima attenzione alla struttura narrativa, che deve essere capace di attrarre lo spettatore, coinvolgendolo.

Credo che le paure iniziali abbiano lasciato spazio all’euforia di voler fare un bellissimo lavoro, insieme ai miei quattro colleghi, e di questo devo ringraziare le ragazze di Officine.


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